I figli di Noè

Anche se la Bibbia menziona solo tre figli di Noè, varie tradizioni apocrife narrano di altri suoi discendenti, morti nel Diluvio o semplicemente meno importanti. Ora queste tradizioni sono confermate dalla scoperta di alcuni rotoli manoscritti presso Qumran, con un nuovo libro veterotestamentario contenente le avventure di Ismaele, il quarto figlio.

Offriamo al pubblico un estratto del contenuto finora tradotto: dopo l’episodio dell’ubriachezza di Noè, Ismaele racconta la sua angoscia per il cattivo comportamento del padre, e parla con i suoi fratelli per trovare il giusto modo di fare una correzione filiale.

L’occasione ci è gradita per ringraziare ancora una volta il prof. Fëdor Pavlovič Karamazov, archeologo russo autore della scoperta e primo traduttore, le cui eccellenti qualità umane e professionali sono famose in tutto il mondo; nonché il commendator Giovanni Migliavacca, illustre uomo d’affari e mecenate milanese, che con vero spirito cristiano si è fatto carico dei costi dell’operazione.


Chiamatemi Ismaele. Questa è la storia della mia vita.

[Nel materiale successivo il narratore racconta la storia della propria famiglia, in una fondamentale omogeneità con Genesi capitoli da 6 a 9. Omettiamo per amore di economia ciò che è già noto e pubblichiamo la traduzione di quel che segue, in un italiano scorrevole e attento più alla fedeltà sostanziale che a quella letterale.]

Il giorno dopo questi fatti [si riferisce alla maledizione di Cam da parte di Noè, raccontata poco prima] mi svegliai pieno di buone intenzioni e decisi che non si poteva più andare avanti così. Dovevo parlare con tutti i miei fratelli. Avevo poco tempo, perché Cam stava già facendo i preparativi per la partenza: la maledizione di mio padre lo obbligava ad essere schiavo e tributario dei nostri fratelli, ma non lo obbligava a restare ancora con noi, e lui aveva intenzione di emigrare in cerca di terre fertili. Speravo di fargli cambiare idea, ma prima dovevo convincere Sem e Iafet. La concordia tra noi quattro era l’unica speranza per affrontare nostro padre Noè e convincerlo a comportarsi meglio.


Andai prima da Sem. Come al solito era circondato dai servi, dava istruzioni, udiva resoconti. Da quando nostro padre passava tutto il suo tempo a ubriacarsi, Sem si era fatto carico del nostro benessere e dell’amministrazione di casa. Quando mi vide arrivare mi guardò in modo tale da rendere chiaro che non aveva voglia di parlarmi, ma io dovevo insistere.
“Sem, dobbiamo rimediare a quello che è successo ieri. Ormai abbiamo passato il limite.”
“Ieri non è successo niente”. La sua voce era dura come il bronzo.
“Parlo sul serio, fratello. Dobbiamo fare qualcosa.”
“Anche io parlo sul serio. Non so a cosa ti riferisci.”
“A cosa mi riferisco? A nostro padre ubriaco che fa un guaio dopo l’altro, alla maledizione di Cam, a…” ma lui mi interruppe subito.
“Silenzio, silenzio! Tu hai frainteso gli eventi. Quello che dici non è mai successo. Nostro padre non si è mai ubriacato, non ha mai fatto niente di male. Nostro padre è buono. Se qualcuno ti ha detto qualcosa di diverso, ti ha male informato. Se Cam se ne va, questa è una sua libera decisione che io accetto e rispetto. Qui regna solo la concordia.”
“Cosa?” ero esterrefatto. “Mi stai prendendo in giro?!? Ti ricordo che anche io ero presente ieri, quando il babbo stava sbronzo sdraiato nella sua stessa [in questo punto il manoscritto è raschiato e cancellato]. Tu stesso hai coperto la sua nudità con il tuo mantello. L’hai fatto. L’ho visto coi miei stessi occhi. È successo.”
“Non è mai successo. Stai dicendo il falso. Meriteresti una energica correzione fraterna.”
“Come puoi negare così… come puoi essere così spudorato?” Mi stavo davvero arrabbiando. Anche lui era irrequieto, a disagio nel sostenere quella conversazione davanti ai servi, e li congedò tutti con un cenno della mano. Restammo solo io e lui.
“Ismaele, torna sulla retta via” disse in tono di voce mite. “Come puoi dire queste brutte cose su nostro padre? Lui non si è mai ubriacato, capito? Si è sempre comportato bene. Nostro padre è Noè, lui non sbaglia mai. È quello che ha salvato l’umanità dall’estinzione. Dio ha fatto un patto con lui, Dio stesso! Gli ha dato autorità sopra tutti noi. Dobbiamo obbedire a Noè come a Dio. Dio non sbaglia, perciò neanche nostro padre può sbagliare. Criticare nostro padre è come criticare Dio. È bestemmia. Vuoi bestemmiare?”
“Io non…” respirai pesantemente, trattenendo le lacrime, senza sapere cosa dire. Le osservazioni che faceva Sem non erano una novità. Io stesso le avevo soppesate decine, centinaia di volte, sdraiato al buio senza dormire, cercando di convincermi da solo.
Ma quello che era vero, era vero.
“È successo”, ripetei ostinato. Vidi la sua mano alzarsi lentamente. Non feci assolutamente nulla per fermarlo o scansarmi. Mi diede uno schiaffo così forte che mi fece rotolare per terra. Adesso sì che mi ero messo a piangere. Ma mi rialzai e gli tornai accanto, con le braccia dritte sui fianchi, pronto a riceverne un altro.
“È successo”.
Non arrivò nessuno schiaffo. Esitava. Cosa c’era nei suoi occhi? Calcolo? Commozione? Dolore? Si stava odiando per quello che faceva. Ma lo avrebbe fatto lo stesso. Lo considerava suo dovere.
“Non è successo”, disse stancamente. “Ma ascoltami. Ammettiamo, per pura ipotesi teorica, che sia successo. Bada che sto dicendo: per pura ipotesi teorica. Come immaginazione. Se fosse successo… allora, cosa succederebbe dopo? L’autorità di nostro padre crollerebbe. Non esistiamo solo noi quattro, Ismaele, non dimenticarlo. Ci sono anche altre persone che sono scese con noi dall’arca. Donne, bambini, servi. Sono i piccoli, i semplici che Dio ci ha affidato perché ne avessimo cura. Sono persone buone, ma senza l’intelligenza per capire discorsi complessi. Non puoi pretendere questo da loro, sarebbe come costringere un uomo a tirare l’aratro come un bue, sarebbe una crudeltà. Ismaele, tu vuoi essere crudele con le donne e i bambini e i poveri? Rispondimi sì o no, solo sì o no.”
A quella domanda formulata in quel modo non potevo che rispondere di no.
“Ecco, bravo. Ismaele, tu sei intelligente e io ti stimo, ti chiedo scusa per lo schiaffo, ho sbagliato. Certamente anche tu capisci che è nostro dovere esercitare una santa prudenza, una carità silenziosa. Anche se per noi è doloroso. La posta in gioco è troppo importante. Se fosse in gioco solo il nostro personale benessere o il buon nome di un vecchio, allora… magari fosse così semplice! Ma la salvezza del mondo dipende da noi, dobbiamo ripopolare la Terra, e se ci dividiamo allora tutto cadrà e noi falliremo il compito che Dio ci ha dato. Il vecchio mondo è stato distrutto perché era immensamente malvagio. Tu sei molto giovane, Ismaele, non ricordi cosa succedeva prima del Diluvio, ma io l’ho visto. Ho visto con i miei occhi i bambini uccisi, offerti in sacrificio agli idoli, e i genitori costretti a guardare. Era un mondo mostruoso. Ora abbiamo la possibilità di costruirne uno migliore. Ma per fare questo dobbiamo restare uniti, Ismaele, dobbiamo evitare i discorsi divisivi. Dobbiamo evitare che i piccoli e i semplici perdano fiducia in nostro padre.”
“E allora?”
“E allora… capiscimi bene… se pure per assurdo fosse successo quello che tu dici essere successo, noi comunque dovremmo dire che non è mai successo.”
“Ah.”
“E sia chiaro, lo ribadisco ancora: non è mai successo.”
Lo disse con un tono di voce immensamente esausto, come se portasse tutto il mondo sulle sue sole spalle. Provai davvero pena per lui. Il suo dolore era molto più grande del mio. Povero Sem.
Ci guardammo negli occhi per una quantità di tempo che mi sembrò pari a quella che Dio aveva impiegato per creare il mondo. Alla fine non riuscii più a tollerare il suo sguardo quasi implorante.
“È successo”, dissi.
Abbassò il capo come se lo avessi ferito a morte. Capii che non mi avrebbe dato altri schiaffi. Mi congedò con un cenno silenzioso e me ne andai. Forse lo sentii piangere, ma non ne sono sicuro.


Trovai Iafet ai margini della vigna, quella [in questo punto il manoscritto è raschiato e cancellato] vigna che aveva dato il via a tutti quei problemi. Avevo paura di trovare anche nostro padre a farsi un altro cicchetto, la sua presenza avrebbe complicato le cose, ma ero fortunato; la sbronza precedente era stata bella forte, probabilmente riposava nella sua tenda con un paio di servette. Iafet era da solo e stava… non so cosa stesse facendo. Sembrava semplicemente contemplare il mondo. Tutto quello spazio. Tutto vuoto, adesso. Tutto a disposizione.
Gli raccontai in breve quello che era successo con Sem e gli domandai se anche lui voleva sostenere che gli eventi di ieri non erano mai successi. Mi guardò come se fossi pazzo.
“Certo che no, fratello. C’ero anche io e credo che Sem sbagli a negarlo. Se una cosa è successa, è successa.”
Tirai un sospiro di sollievo.
“E allora che facciamo? Come possiamo convincere nostro padre a revocare la maledizione di Cam?”
“E come potremmo? E poi, perché dovremmo?”
“Perché…” Mi fermai. Lo guardai attentamente. Mi ricordai che nostro padre non si era limitato a maledire Cam, ma aveva anche detto che doveva essere schiavo di Sem e Iafet. Ora cominciavo a sentirmi un ingenuo.
“Ismaele, ascolta. Nostro padre è nostro padre. Il papà è il papà. Se ha deciso di punire Cam, con quale autorità possiamo criticare la sua decisione?”
“Ma dai. L’ha detto mentre era ancora sbronzo per tre quarti. Non era lucido. Sono sicuro che se andiamo a parlargliene adesso, cambia idea. Potrebbe perfino essersi dimenticato tutto quanto.” Non ci speravo molto, ma valeva la pena tentare. Ma Iafet mi tolse ogni dubbio.
“Non credo che tu abbia il diritto di mettere in dubbio le decisioni di nostro padre in base a questa sua ipotetica scarsa lucidità. Conoscendo la sua proverbiale saggezza, non può essere stata una decisione a cuor leggero. Penso invece che nostro padre, che è più in alto di noi, sappia cose che noi non sappiamo. Cam non ha solo sbagliato ieri a deridere nostro padre, cosa peraltro già meritevole di sanzione. Deve aver fatto altre cose brutte.”
“E quali?”
“Sinceramente non lo so. Ma sicuramente nostro padre lo sa, e se decide di non dircelo, deve avere dei buoni motivi. Evidentemente ci protegge da cose che non possiamo capire.”
“Stai dicendo un sacco di…” cominciavo ad arrabbiami, ma lui mi tacitò con la mano e cambiò discorso.
“Ed inoltre…” fece una pausa, guardò la vigna coltivata, e allargò le braccia “… stai dando troppa importanza a questa faccenda dell’ubriachezza. Se nostro padre decide di alzare un po’ il gomito, chi sei tu per giudicarlo? Lui è Noè, il salvatore dell’umanità! Hai forse la sua età, la sua esperienza? Ma lo sai tutto quello che ha passato, ai vecchi tempi, quando costruiva l’arca mentre il mondo era pieno di malvagità? Lui ha visto cose che noi non possiamo neppure immaginare. Se adesso decide di ubriacarsi, vuol dire che ubriacarsi non è sempre male. Altrimenti non lo farebbe.”
“Sbagliato è sbagliato”, dissi cupamente. Quella conversazione stava prendendo una brutta piega. Peggio che con Sem.
“Sei troppo rigido, le cose non sono solo bianco o nero. Vuoi metterti sulla sedia di nostro padre? La tua autorità è superiore alla sua? Vuoi sederti al posto suo e giudicare da solo che cosa è bene e che cosa è male? Pensi che il tuo discernimento sia migliore di quello di un uomo che sente la voce di Dio, che ha ricevuto una sacra missione per salvare l’umanità? Suvvia Ismaele, non pensi di essere un po’ arrogante?”
Sì, era peggio che con Sem. Lui mi aveva solo preso a schiaffi. Invece Iafet mi voleva proprio [in questo punto il manoscritto è raschiato e cancellato].
“Insomma stai dicendo che nostro padre è sempre infallibile, qualsiasi cosa dica o faccia.”
“Esatto. O almeno non spetta a noi criticarlo. Solo Dio può correggerlo. Noi dobbiamo considerare giusto tutto ciò che nostro padre dice o fa.”
“Anche se dice che nostro fratello deve essere tuo schiavo?”
“Sì.”
“E a parti inverse? Se domani si sbronzasse per bene e si mettesse a inveire contro di te per qualche motivo vero o presunto e ti maledicesse rendendoti schiavo di Sem?”
Mi guardò con aria di sfida e disse: “Anche in questo caso. Vedi la mia onestà intellettuale? Sostengo il principio anche se potrei essere danneggiato io stesso.”
“Come sei ammirevole.”
“Sono un buon figlio. Ismaele, smettila o finirai peggio di Cam. Nessuno ha il diritto di giudicare nostro padre. Nessuno sulla terra.”
Respirai e raccolsi le idee. Mi ricordai una cosa che era successa sull’arca. Forse c’era una soluzione.
“Iafet, ti ricordi quando eravamo sull’arca?”
“Come potrei mai dimenticare una tale esperienza?”
“Ti ricordi quando papà aveva mollato per un po’ il timone perché non stava più in piedi dal sonno? Anche noi eravamo mezzi morti dalla stanchezza di dar da mangiare a tutte quelle bestie.” Sorridemmo entrambi e per un attimo dimenticammo i dissapori. Il diluvio era stato terribile, ma sull’arca era stato fantastico. Io all’epoca ero ancora bambino e mi ero affezionato a molti degli animali. Avevo pianto quando eravamo scesi e papà li aveva rimandati in giro per il mondo. “Così affidò la guida a quello che sembrava il meno stanco dei servi, che aveva spergiurato di essere abile ed affidabile.”
“E invece tornò qualche ora dopo e lo trovò più addormentato che mai.” Ora Iafet non sorrideva più. Doveva aver ricordato come continuava la storia.
“Esatto, e gli fece una tale lavata di capo che pensavo lo avrebbe buttato a mare. In quell’occasione ci parlò dell’importanza della lucidità, del conservare la testa sulle spalle. Ci esortò a evitare quello che poteva compromettere il nostro giudizio. Ma non solo! Ci mise anche in guardia dal vino, ricordi? Ubriacarsi è male. Lo disse lui stesso.”
“Ma lui all’epoca non lo aveva ancora provato… ne aveva solo sentito parlare…” ma non c’era più enfasi nelle sue parole. Lo avevo incastrato.
“Tu dici che io non ho l’autorità per giudicare Noè. Va bene, ma in questo caso è Noè che giudica Noè, perché c’è una contraddizione. O ubriacarsi è male, e allora sbaglia adesso, oppure ubriacarsi è bene, e allora sbagliava prima.”
“Le cose non sono solo bianco o nero!”
“Va bene, ma se una cosa è bianca, non può allo stesso tempo essere nera. È vero come è vero che due e due fanno quattro.” Sentivo di essere passato in vantaggio e lo incalzai. “E che succede se non finisce qua? Se il vino gli sconvolge ancora di più il cervello e comincia a dire cose che contraddicono le sette leggi divine che lui stesso ci ha insegnato? Se comincia a dire, non so…”, dissi la prima assurdità che mi veniva in mente, “…che è lecito per un maschio fornicare con un altro maschio?”
“Non essere ridicolo! Nessuna persona sana di mente dirà mai una tale sciocchezza! La quarta legge dell’Alleanza ordina che…”
“E se domani Noè ci dicesse che va interpretata in modo diverso? Se lo dicesse quando è ciucco dalla testa ai piedi, e poi per orgoglio rifiutasse di ritrattarlo? Puoi escludere al cento per cento una tale eventualità? Vogliamo fare la prova e interrogarlo sull’argomento? Ti sfido, andiamo immediatamente a chiederglielo, diciamogli che abbiamo dei dubbia, andiamoci! Vediamo se ci riceve! Vediamo che ci risponde!”
Non rispose. Non voleva fare la prova, lo vedevo nei suoi occhi. Neppure lui era sicuro di cosa Noè avrebbe potuto dire o non dire. Era atterrito e aveva ragione. Anche io ero atterrito. È terribile non poter avere fiducia nel proprio padre. Ma io dovevo insistere.
“E ti dico ancora di più… portiamo il ragionamento fino all’estremo… cosa succede se Noè si mette a insegnare che la sua autorità non conta più nulla? Se ci dice che lui è solo un vecchio uguale a tutti gli altri? Cosa succede se… Noè ci ordina di disobbedire a Noè?”
“Basta!”, urlò Iafet. Era sconvolto. Quel paradosso era così potente che il cervello stesso si rifiutava di contenerlo.
“Allora a chi dobbiamo disobbedire? Al Noè di ieri, oppure al Noè di oggi? Al primo o al secondo? Perché ormai siamo messi in una situazione tale che dobbiamo comunque disobbedire a uno dei due. Si contraddicono a vicenda.”
“Non dire assurdità, smettila, smettila… Non ha senso pensare a due Noè uno contro l’altro. Non possono esserci due Noè. Non è possibile.”
“Esatto, non è possibile!” Sentivo di aver vinto. “Un corpo non può avere due capi. Dunque il Noè di oggi non può essere diverso dal Noè di ieri. Dunque non può contraddirlo. Dunque…”
Ma lui fermò la mia eloquenza alzando la mano per aria.
“Va bene, Ismaele, ho capito. Ascoltami.”
Avevo vinto? Ero riuscito a riportarlo alla ragione?
“Allora, facciamo un esempio molto semplice. Prima hai detto: è vero come è vero che due e due fanno quattro. Ecco, guarda la mia mano.” Il pollice era piegato sul palmo. “Quante dita conti alzate?”
“Quattro. Due a destra e due a sinistra.”
“Bravo. E se io ora ti dicessi che non sono quattro, ma cinque, quante dita conteresti?”
“Quattro.”
“Bravo. Infatti io non ho l’autorità di dirti cosa vedere o pensare. E se adesso nostro padre fosse qui, e ti dicesse che sono cinque, quante dita conteresti?”
“Quattro.”
Iafet fu molto più veloce di Sem. Il ceffone che mi diede non era altrettanto forte, ma neanche disprezzabile. Caddi per terra, proprio su un filare d’uva. Iafet si guardò attorno. Qui non eravamo in casa dove c’era sempre gente di passaggio. Avevo gridato, ma se nessuno si fosse fatto vivo entro pochi minuti, voleva dire che non c’era nessuno nei paraggi che poteva sentirmi. O che voleva ammettere di avermi sentito. Anche se avessi gridato ancora. Ero in una brutta situazione. Accanto a Iafet c’era una zappa affilata.
“Sei proprio stupido”, disse. “Credi di essere tanto intelligente e invece sei così stupido. Ma non capisci qual è la posta in gioco? Il mondo! Dio ci ha dato il mondo intero! Se cominci a dubitare di nostro padre, se cominci a mettere strane idee nella testa della gente, perdiamo tutto! Stupido!”
Ero steso a terra e non provai neppure a rialzarmi. Cercavo una via d’uscita. Parlai per prendere tempo, biascicando. La terra si sporcò del mio sangue.
“E allora, quando nostro padre ci disse che ubriacarsi è male… aveva ragione o torto?”
“Aveva ragione, naturalmente.”
“E se adesso ci insegna, a parole o con i fatti, che è bene… ha ragione o torto?”
“Ha ragione, naturalmente.”
Cosa si può dire a chi parla così? Niente. Le parole sono inutili. Non dissi più niente.
“Adesso ti spiego misericordiosamente quello che devi fare. Tu pensi di essere tanto intelligente, ma sei solo uno stupido e un arrogante. Mettiti in testa che devi annichilire la tua intelligenza e accettare questo principio molto semplice: nostro padre ha sempre ragione, qualsiasi cosa dica, qualsiasi cosa faccia. Sempre. Se oggi dice che due e due fanno sempre quattro, allora è quattro. E se domani ci dice che fanno sempre cinque, allora è cinque. E se dopodomani ci dice che fanno tre o quattro o cinque caso per caso, allora ci affidiamo fiduciosi al suo prudente discernimento per decidere caso per caso se è tre o quattro o cinque. E quanto alle leggi dell’Allenza, risparmiami i tuoi sofismi ambigui! Le leggi si interpretano come Noè o chi per lui ci dice che devono essere interpretate. E se l’interpretazione di oggi è diversa da quella di ieri, tu devi accettare a capo chino l’aggiornamento, hai capito, piccolo bastardo?!? Se proprio ti senti a disagio, puoi sperare che domani arrivi ancora un’altra interpretazione, stavolta di tuo gradimento. Non ti nego il diritto di sperarlo. Ma in silenzio e senza protestare. Altrimenti crolla tutto. Noi perdiamo tutto. E io non voglio perdere!”
Non era arrivato nessuno. Eravamo soli. Iafet si avvicinò. Non so cosa avesse davvero intenzione di fare, ma fui lesto a gettargli negli occhi un pugno di terra che avevo nascosto nel palmo della mano mentre lui parlava. Lo accecai. Mi alzai di scatto e corsi via, veloce e disperato. Sentii che mi stava urlando dietro, ma non ho mai saputo cosa mi stesse dicendo.


Pensai di tornare da Sem e raccontargli l’accaduto. Ma Iafet avrebbe negato, e Sem a chi avrebbe creduto? Avevo solo sprecato tempo. Cercai Cam. Lo trovai all’estremità dell’allevamento, estremamente indaffarato assieme a sua moglie e ai suoi servi di fiducia. Stavano facendo un veloce computo delle cose che potevano portare via. Ma quando mi vide in faccia i segni degli schiaffi, delegò i preparativi per il viaggio agli altri, e ci appartammo in un angolo a parlare. Gli dissi tutto.
“Vuoi venire con noi?”, mi chiese quando ebbi finito.
Scossi la testa. Ci avevo pensato, ma se me ne andavo anche io, chissà cosa avrebbe fatto nostro padre. Ormai era imprevedibile. No, io dovevo restare lì e cercare di farlo rinsavire in qualche modo, sebbene non avessi la minima idea di come fare.
“Sprechi il tuo tempo”, disse Cam. “Quell’uomo non ti ascolterà mai. Tu non hai ancora capito.”
“Cosa devo capire?”
“Quello non è nostro padre.”
“Cosa?!?”
“Mi hai sentito bene. Da tempo lo sospettavo e ieri ho avuto la conferma definitiva. Quell’uomo fa finta di essere Noè, assomiglia a Noè, parla con la voce di Noè, ma non si comporta come si comporterebbe Noè e in realtà non è Noè.”
“Non ci posso credere… vuoi dire che sulla sedia di nostro padre siede… un impostore?”
“Esatto. La sedia è vacante. Nessuno la occupa legittimamente. Anche i miei familiari e i miei servi ne sono convinti. Già, puoi definirci tutti sedia-vacantisti.”
“Ma… aspetta un momento… non è possibile.” Cercai di raccapezzarmi. “E da dove è arrivato questo impostore? Dopo il Diluvio ci siamo solo noi al mondo!”
“Dai, Ismaele, usa il cervello. Ti pare davvero possibile che siamo rimasti soltanto noi in tutta la Terra? Dio proibisce gli accoppiamenti tra consanguinei. Se fossimo davvero soli, in poche generazioni l’incesto sarebbe inevitabile.”
“Pensavo che avessimo portato abbastanza servitù sull’arca da non doverci preoccupare di questo problema.”
“Sì, se siamo molto fortunati e molto prolifici. Ho fatto qualche conto. Se non crepa nessuno prima di aver messo al mondo almeno tre o quattro marmocchi a testa, se la mortalità infantile diminuisce, se….” Troppe condizioni. “Ma ormai non ho più bisogno di ipotizzare. Ho la prova diretta. La scorsa luna ero a caccia, lì nella valle, e sai cosa ho visto verso est? Fumo. Qualcuno aveva acceso un fuoco.”
“Poteva essere un albero colpito da un fulmine, poteva essere…”
“Era fuoco, acceso da mano umana. Ne sono sicuro. Noi siamo i sopravvissuti prediletti di Dio, ma non siamo i soli. C’è altra gente in giro là fuori.” Sorrise. “E io ho intenzione di andare a cercarli e mischiare le discendenze. Non ci saranno accoppiamenti incestuosi in casa mia, niente figli deformi e pazzoidi, nossignore.”
“Ma come hanno fatto a salvarsi dal Diluvio? Avevano anche loro un’arca?”
“Non necessariamente. L’arca era il modo migliore ma non l’unico. Per esempio qualcuno può essersi rifugiato in qualche grotta sottoterra. E qualcuno può essere stato aiutato dai giganti.”
“I giganti!”
Già, i giganti. Avevo dimenticato quei cosi brutti grossi e coriacei.
“E questi altri sopravvissuti sono buoni o cattivi?”
“Noi siamo buoni o cattivi?”, mi chiese, e io non seppi cosa rispondere. “Immagino che siano come noi, un po’ buoni e un po’ cattivi. Ma in mezzo a loro c’è qualcuno che è molto cattivo, e per colmo di sventura assomiglia a nostro padre. Questo infingardo ci ha spiato per molto tempo. Si è introdotto nottetempo in casa nostra, eludendo la sorveglianza, ed è arrivato fin nelle tende di nostro padre. Lì è avvenuta la sostituzione.”
“E nostro padre… che fine ha fatto?”
“Temo che sia morto.”
“No!!!”
“Oppure è prigioniero da qualche parte, impossibilitato a parlare, il che all’atto pratico è lo stesso. Se non è ancora morto lo sarà a breve, e non possiamo farci niente.”
“È terribile… è…” non trovavo neppure le parole. Ma tutta quella storia mi sembrava estremamente strana. Avevo bisogno di riflettere. “E adesso?”
“Me ne vado. La famiglia si divide. Uno scisma non è mai piacevole, ma non c’è alternativa.”
“La maledizione ti obbliga ad essere schiavo di Sem e Iafet. Dovunque ti stabilirai, dovrai pagare loro un tributo.”
“La maledizione di un abusivo non ha valore. Ma forse, per quieto vivere in attesa di irrobustire le mie forze, pagherò qualcosa. Ci sto pensando. Comunque Sem mi ha avvicinato di nascosto ieri sera e ha detto che da me non vuole niente. Gliene sono grato.” Sospirò. “Naturalmente questo lo dice adesso. E in ogni caso la maledizione coinvolge le nostre discendenze. Cosa decideranno di fare i nostri figli è tutto un altro discorso. Questa storia andrà avanti ancora per un bel pezzo.”
“E cosa riguardo a nostro… quell’uomo?”
“Quell’essere maligno è molto abile. È riuscito a ingannare quasi tutti. Del resto sono in molti a fare come Sem: negano anche l’evidenza di fronte ai loro occhi, pur di non affrontare un pensiero troppo doloroso. Mi fanno più pena che rabbia. Quanto a Iafet, secondo me ha capito o almeno sospetta qualcosa, ma non gliene frega niente. Lui pensa solo al suo tornaconto. Finchè l’impostore non lo danneggia personamente, Iafet canterà le sue lodi e sarà misericordiosamente spietato con chi non si adegua al nuovo corso. Scommetto che sta tramando per essere nominato capofamiglia al posto di Sem.”
“E se questo dovesse succedere…”
“La sua nomina sarebbe nulla. Un abusivo non può che nominare un altro abusivo.”
“E allora chi è il legittimo capofamiglia?”
“Questa è una bella domanda. Ho diverse teorie in proposito. In quanto figlio maggiore, sarebbe già adesso Sem, solo che lui non lo sa. Si potrebbe sostenere che Sem, inginocchiandosi ai piedi dell’ingannatore, abbia implicitamente rinunciato alla sua primogenitura. Ma anche se così non fosse, parliamoci chiaramente, tu lo vorresti come capofamiglia un babbeo che non sa vedere l’evidenza sotto i suoi occhi? Lo dico, sia chiaro, con il massimo rispetto per Sem.”
“E allora…”
“E allora siamo rimasti solo tu e io. Tu sei il minore, perciò sono io a continuare la successione.”
Lo guardai, mi guardò. Sorrise.
“Pensi che il mio vero obiettivo sia il potere? Pensi che dica tutto questo per sedermi sulla sedia di nostro padre?”
“No… io non…”
“Tranquillo. Ti capisco. Lo so come sembra. Ismaele, se pensi di essere più titolato di me a occupare un giorno la sedia del capofamiglia, parliamone. Non mi oppongo per principio. A me non interessa il potere, voglio solo fare la volontà di Dio. E detto in tutta sincerità, sospetto che a Dio i fratelli maggiori stiano spesso antipatici. Troppo gonfi d’orgoglio.”
Erano belle parole, ma Sem e Iafet mi avevano insegnato che ci sono molti modi per mentire a se stessi. Ma adesso avevo un po’ più di chiarezza in testa.
“Cam, posso farti una domanda?”
“Spara.”
“Questa storia dalle enormi implicazioni… l’impostore… ecco… ma che prove hai?”
Mi guardò sorpreso.
“Prove?”
“Già, prove.”
“E che prove ancora ti servono? Il comportamento del falso Noè è la più evidente di tutte le prove. Ti pare un comportamento degno di nostro padre, la più alta autorità in terra? Noè non può sbagliare. Mai. Non può dire e fare le cose che dice e fa questo individuo. Dunque è ovvio che questo individuo non è Noè.”
Mi guardò sospirando.
“Non mi credi, vero? Pensi che siano tutti vaneggiamenti di uno che è maledetto.”
“Non penso che siano vaneggiamenti… cioè…” cercai con cura le parole. “ Va bene, lasciamo un attimo da parte la questione delle prove. Anche senza prove, una parte di me vorrebbe quasi crederti. Sarebbe una soluzione semplicissima. Il papà non sbaglia mai, perciò se sbaglia non è il papà. Fine del problema. Bello. Ma poi il problema non finisce davvero, perché o convinci tutti ma proprio tutti nella famiglia, oppure il problema resta intatto, anzi raddoppia, per lo scisma, qualcuno da una parte e qualcuno dall’altra, e ci sono rancori e divisioni e probabilmente ci saranno anche guerre. Cam, hai pensato alle implicazioni a lungo termine?”
“A cosa ti riferisci?”
“Ti faccio un esempio brutale. Diciamo che ora sei tu il successore di Noè, te ne vai e porti la famiglia da un’altra parte. Quella che resta qui è solo un’apparenza senza sostanza. Va bene. Passano anni, decadi, secoli. Tu diventi vecchio e… e…”
“Dai, dillo.”
“La tua ruota comincia a perdere qualche raggio. Non per forza al livello di nostro padre, ma magari qualche errore… qualche decisione inopportuna… qualcosa che non tutti capiscono…”
“Se io sono il capofamiglia, Dio mi assiste. Dio non mi permette di sbagliare.”
“Va bene, ma forse qualcuno dei tuoi potenziali successori pensa che tu abbia sbagliato… anche se è lui a sbagliare… e magari lui sì, che pensa al potere personale… e adesso che hai creato il precedente, è più facile, si sente autorizzato a…”
“Fare un altro scisma.”
“Sì. Insomma, uno scisma è come una di quelle anfore col coperchio. Apri il coperchio e non sai mai davvero cosa ne uscirà fuori e non sai se poi riuscirai a rimettercelo dentro.”
“Scorpioni, magari.”
“Già.”
Cam si guardò attorno. Guardò la moglie, i figli, i servi. Allargò le braccia come per comprenderli tutti in un ideale abbraccio. Poi mi guardò.
“Dio ci aiuterà, perché noi siamo gli unici che sono rimasti fedeli all’Alleanza, mentre tutti gli altri lo hanno tradito. Quello che temi non succederà mai.”
Scosse la testa, lo sguardo inflessibile, e ripetè l’ultima parola.
“Mai.”
Capii che la nostra conversazione era finita.


E dunque avevo fallito completamente. Quattro fratelli e ciascuno la pensava in maniera diversa. Una completa divisione. Il futuro mi appariva tetro e preoccupante. Trovai un posto appartato e mi inginocchiai a pregare.
Ma non può andare tutto alla malora, pensai. Dio permette che succedano molte cose brutte, ma non può permettere la completa rovina della nostra famiglia. Altrimenti non ci avrebbe salvato dal Diluvio. Dio ha fatto un patto con noi e deve rispettare la parola data. Non può contraddirsi. Altrimenti non sarebbe Dio. E dunque…
I miei pensieri furono bruscamente interrotti. Sentivo che c’era qualcuno proprio dietro di me, mi guardava in silenzio. Riconobbi il puzzo di vino che ormai lo circondava in maniera permanente.
Era Noè. Era mio padre.
Cam ha torto, pensai. Nessun impostore può essere così abile. Nessun essere umano può imitare con tale precisione il respiro, l’odore, il rumore dei passi, i gesti spontanei, tutte quelle piccole idiosincrasie. Non è possibile. Questo è davvero mio padre. Questo è l’uomo che mi ha generato e mi ha nutrito e mi ha vestito e mi ha educato e mi ha cresciuto, l’uomo che amo e rispetto più di chiunque altro. L’uomo che ha parlato con Dio e ha fatto un patto con lui. L’uomo che ha salvato l’umanità. L’uomo che ha ricevuto una sacra missione. La più alta autorità sulla Terra, il diretto rappresentante di Dio. Questo è l’ubriacone che tradisce la sua sacra missione, che si comporta in maniera deplorevole, che abusa della fiducia dei suoi figli, che punisce chi non merita di essere punito e premia chi non merita di essere premiato, che vede i suoi figli lacerarsi nella sofferenza e non mostra di curarsene e pare quasi ne rida, che prima va in un verso e poi nel verso opposto, che non sai mai con certezza che significato dare a quello che dice e quello che fa, che con le sue azioni e le sue omissioni sta distruggendo tutto quello che gli è stato affidato. Questo è l’uomo che amo e rispetto e odio e disprezzo e sono orgoglioso di essere suo figlio e mi vergogno profondamente di lui e per lui.
Padre.

Mi girai di scatto, e

[La parte leggibile dei manoscritti finisce qui. Purtroppo il testo che segue non si è ben conservato a causa delle infelici condizioni climatiche. Il lavoro di restauro e traduzione prosegue senza sosta. Sono riconoscibili solo alcune parole come “misericordia”, “accompagnare”, “discernimento”, “sangue”, “corvi”, “terremoto”, “ricostruire”, “calcagno”, “altri progetti”. Il loro significato complessivo è tuttora oscuro.]

Un pensiero su “I figli di Noè

  1. «Il passato sapeva distinguere le istituzioni dalle persone: si poteva disprezzare un re o un papa (il medioevo non se n’è astenuto!) senza mettere per nulla in discussione il principio della monarchia o del papato. Si sapeva che un’istituzione sana – un’istituzione venuta da Dio – restava feconda anche attraverso il più imperfetto degli uomini. I capi politici e religiosi erano allora degli anelli di congiunzione tra Dio e gli uomini: si attribuiva più importanza a ciò che essi trasmettevano che non a ciò che erano. L’altare sosteneva il prete, il trono il re. Oggi si chiede al re di portare il trono, al prete di sostenere l’altare. Le istituzioni si giustificano agli occhi delle folle solo attraverso il genio o il magnetismo di qualche individuo. Questa esigenza porta con sé due rovinose conseguenze: impone agli sventurati “portatori” delle istituzioni un grado di tensione e di attività veramente inumano, e, correlativamente, lega la sorte delle istituzioni ai miserabili casi individuali»
    (Gustave Thibon, Diagnosi. Saggio di fisiologia sociale, Volpe, Roma 1973, p. 125).

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...