La persona e il potere

Dialogo immaginario tra Salina e Màlvica nel Gattopardo intorno all’idea del Re. Il potere nella Chiesa. Potere tradizionale e potere carismatico in Max Weber. La “napoleonizzazione” del papato. Saggio di fisiologia sociale di Gustave Thibon.

Che adesso nella Chiesa ci sia una grande confusione, solo un cieco potrebbe negarlo, come diceva il compianto cardinale Caffarra. Si potrebbe ragionare a lungo sulle cause da cui nasce tutta questa confusione, ma qui vorrei evitare di dire cose che sono già e meglio state dette altrove; cercherò invece di affrontare l’argomento da una prospettiva mi pare trascurata ma essenziale, senza la quale non si capisce del tutto il perché della confusione.

Nel primo capitolo del Gattopardo c’è un brano che mi ha sempre affascinato. Il principe di Salina, ricordando che nel suo giardino è stato trovato il cadavere di un soldato caduto nei moti del Quattro Aprile, ragiona intorno a quella morte e costruisce nella propria testa un dialogo immaginario:

Del morto non si era parlato più, infatti; ed alla fin dei conti, i soldati sono soldati appunto per morire in difesa del Re. L’immagine di quel corpo sbudellato riappariva però spesso nei ricordi, come per chiedere che gli si desse pace nel solo modo possibile al Principe: superando e giustificando il suo estremo patire in una necessità generale. Perché morire per qualcheduno o per qualche cosa, va bene, è nell’ordine; occorre però sapere o, per lo meno, esser certi che qualcuno sappia per chi o per che si è morti; questo chiedeva quella faccia deturpata; e appunto qui cominciava la nebbia.
Ma è morto per il Re, caro Fabrizio, è chiaro, gli avrebbe risposto suo cognato Màlvica, se il Principe lo avesse interrogato, quel Màlvica scelto sempre come portavoce della folla degli amici. Per il Re, che rappresenta l’ordine, la continuità, la decenza, il diritto, l’onore; per il Re che solo difende la Chiesa, che solo impedisce il disfacimento della proprietà, mèta ultima della setta.
Parole bellissime, queste, che indicavano tutto quanto era caro al principe sino alle radici del cuore. Qualcosa però strideva ancora. Il Re, va bene. Lo conosceva bene, il Re, almeno quello che era morto da poco. L’attuale non era che un seminarista vestito da generale. E davvero non valeva molto.
Ma questo non è ragionare, Fabrizio, ribatteva Màlvica, un singolo sovrano può non essere all’altezza, ma l’idea monarchica rimane lo stesso quella che è.
Vero anche questo; ma i Re che incarnano una idea non devono, non possono scendere, per generazioni, al disotto di un certo livello; se no, caro cognato, anche l’idea ci patisce.

In questo brano si confrontano due concezioni della regalità, una per così dire “platonica” ed una “empirica”. Chi ha ragione? È difficile dirlo. In un mondo ideale tutti i sudditi la penserebbero come Màlvica, ma il mondo non è ideale (e forse se lo fosse non vi sarebbe bisogno di re); la concezione di Salina è più vicina all’uomo della strada, al “semplice”, in definitiva più umana. Ma cosa succede nel caso in cui il livello concreto dei re scenda oltre un punto di non ritorno? fino a che punto l’idea può patire senza perire? Salina questo non lo dice, il dialogo finisce qui, forse le vicende successive del romanzo offrono implicita risposta a queste domande.
Queste considerazioni sono applicabili con qualche adattamento anche alla Chiesa Cattolica, il cui vertice umano è Re (per meglio dire: Reggente del Re, facente funzioni del Re), e mi venivano alla mente leggendo questo capoverso di Leonardo Lugaresi (cfr qui):

Il male – mi pare sempre più chiaro – sta nella “personalizzazione” del papato, che certo non comincia con papa Francesco, ma è una tendenza che va avanti da decenni e ormai è travolgente. Il papa non va obbedito perché è “Il Migliore”, ma per il ministero che, su mandato di Cristo, svolge al servizio della fede e dell’unità della chiesa. Chiunque egli sia. Si può (e si deve continuare a poter) essere buoni cattolici anche senza ritenere che sia «un pastore insigne, un padre compassionevole e fermo, un carisma profetico per la Chiesa e per il mondo» come (felicemente per lui!) pensa il cardinale Ouellet di papa Francesco e invece infelicemente non pensa l’arcivescovo Viganò. Bisogna però in ogni caso obbedire alla istituzione che egli rappresenta e, per così dire, incarna.

Queste parole colgono nel segno e mi portano a chiedermi quale sia la causa di questa personalizzazione.
La mia ipotesi è questa: se oggi noi siamo portati a personalizzare così tanto il papato, è perché abbiamo dimenticato un particolare che ai nostri antenati era evidente – la Chiesa non è una democrazia. Se proprio dobbiamo definire in termini umani il regime di governo della Chiesa, l’approssimazione meno lontana è definirlo come una monarchia. Ma anche questa definizione non è perfettamente calzante, perché la Chiesa non è una democrazia, non è una tecnocrazia, non è una burocrazia, non è un’autocrazia e non è neppure una teocrazia nel sento usuale del termine; ovvero nel suo complesso tiene qualcosa di tutti questi regimi, ma non è perfettamente inquadrabile in nessuno di essi perché è proprio il concetto del “cràtos”, il potere, che è essenzialmente peculiare. Il potere nella Chiesa è il potere di chi ha detto “il mio Regno non è di questo mondo” e “il Figlio dell’Uomo non è venuto per essere servito, ma per servire”.
Ma noi oggi abbiamo così a fondo incamerato i princìpi della Rivoluzione Francese che abbiamo dimenticato cosa significa la monarchia; così, dovendo obbedire al Papa, non riusciamo più a capire il principio “bisogna obbedire al Papa perché è il Reggente del Re”; e dunque, dovendo pur in qualche modo dare ragione a noi stessi della nostra obbedienza, la motiviamo con il principio “bisogna obbedire al Papa perché è santo, eccellente, buonissimo, eccetera”. Principio che sarà insufficiente ogni volta che nella storia (è già successo, può ripetersi) capiterà un Papa il quale non è santo, non è eccellente, non è buonissimo eccetera.
Insomma siamo di fatto passati, per usare la nota terminologia di Max Weber, da un potere tradizionale a un potere carismatico; e qui dico “carismatico” non nel senso cristiano (carisma, unzione, grazia di stato, assistenza divina) ma proprio nel senso weberiano della persona eccezionale e straordinaria, come un Napoleone, che giustifica il suo potere grazie solo alle sue doti personali e a prescindere da qualsiasi tradizione e istituzione. In questo senso la frase di Thomas Rosica (cfr qui)

La nostra Chiesa è effettivamente entrata in una nuova fase: con l’avvento di questo primo papa gesuita, è apertamente governata da un individuo piuttosto che dall’autorità della Scrittura da sola o anche della Tradizione più la Scrittura.

sembra davvero la descrizione di un “potere carismatico” di tipo napoleonico, una sorta di tentativo di “Rivoluzione Francese” nella Chiesa; tentativo inevitabilmente destinato al fallimento.

***

La soluzione a questo problema non sarà certo semplice, e probabilmente molte cose dovranno ancora succedere prima che la tempesta sia placata e la confusione abbia fine. Parte di questa soluzione risiede, ne sono convinti, nel recupero da parte nostra di quella concezione ideale della regalità di cui dicevamo all’inizio; una concezione che trovo mirabilmente espressa in queste parole di Gustave Thibon:

Il passato sapeva distinguere le istituzioni dalle persone: si poteva disprezzare un re o un papa (il medioevo non se n’è astenuto!) senza mettere per nulla in discussione il principio della monarchia o del papato. Si sapeva che un’istituzione sana – un’istituzione venuta da Dio – restava feconda anche attraverso il più imperfetto degli uomini. I capi politici e religiosi erano allora degli anelli di congiunzione tra Dio e gli uomini: si attribuiva più importanza a ciò che essi trasmettevano che non a ciò che erano. L’altare sosteneva il prete, il trono il re.
Oggi si chiede al re di portare il trono, al prete di sostenere l’altare. Le istituzioni si giustificano agli occhi delle folle solo attraverso il genio o il magnetismo di qualche individuo. Questa esigenza porta con sé due rovinose conseguenze: impone agli sventurati “portatori” delle istituzioni un grado di tensione e di attività veramente inumano, e, correlativamente, lega la sorte delle istituzioni ai miserabili casi individuali.
(Gustave Thibon, Diagnosi. Saggio di fisiologia sociale)

Viva il Papa, dunque, a prescindere da chi sia e quanti difetti abbia, in quanto è il Reggente del Re. E sia lodato l’unico vero Re.

8 pensieri su “La persona e il potere

  1. ago86

    Aggiungo solo una cosa alla prima parte del tuo post: il Re che hanno di fronte i personaggi del Gattopardo è praticamente “un uomo solo al comando”, in quanto non ci sono altri personaggi che ufficialmente condividono il potere – in pratica, l’aristocrazia territoriale/tradizionale, che è stata esautorata da parte dell’assolutismo monarchico. Ci sono certamente personaggi più o meno potenti, ma il loro potere non rientra nel quadro “ufficiale”, poiché spesso il loro potere esula dal loro ruolo, ma è definito da altri fattori, diversi dal quadro “tradizionale” (in senso weberiano). Perciò un Re che fosse al di sotto di certi standard e si trovasse solo al potere, indebolirebbe tutto lo stato, mentre se fosse assistito da un’aristocrazia quest’ultima potrebbe “tamponare”.

    Traslando questo discorso alla Chiesa, l’autorità dei vescovi è molto diminuita, per via degli scandali e delle eresie che propagano. Sembrano più dei guitti che dei pastori d’anime, gente che vuole mettersi in mostra invece di santificare altre persone.

    In ultima analisi, o ci si regge insieme o si cade tutti quanti.

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    1. Concordo. Non conosco bene il contesto storico del Gattopardo, non so quanto fosse assolutista come monarchia (credo che la cattiva fama dei Borboni sia stata esagerata dalla propaganda risorgimentale), ma in generale si può osservare che se l’istituzione è forte allora un re debole non riesce a rovinarla. Viceversa, se l’istituzione è indebolita, un re forte può operare bene solo fino a un certo punto.
      Se poi arriva una congiuntura in cui l’istituzione è debole e il re è mediocre, allora è un disastro.

      Sono considerazioni applicabili anche alla Chiesa.

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  2. La grande capacità della Chiesa Cattolica di attraversare i secoli è data -oltre che, per fede, dal fatto che a Capo vi sia Gesù Cristo- dal saper combinare i tre sistemi di potere fin qui conosciuti: monarchia, oligarchia e democrazia. La Chiesa è democratica poichè non è precluso ad alcuno, fosse anche il più povero, di potere percorrere il cursus honorum del Sacramento dell’Ordine fino al Papato. Oligarchia, poichè l’elezione avviene dentro uno stretto recinto di Principi della Chiesa di stretta elezione papale, a mò della nobiltà antica e più recente. Monarchia poichè il Papa, come bene scrivi, è il Vicario del Re, ma sulla Terra ne detiene le prerogative. Oggi l’istituzione è debole poichè Non appena l’equilibrio si spezza, i danni sono evidenti. Poichè di equilbrio credo dovremmo parlare. oggi il fattore democratico è quello più straripante, giacchè -aldilà del fondamento del Potere spirituale- tanto il Papa come i Cardinali sono alla ricerca sempre più spasmodica del consenso del demos. E’ un ulteriore effetto della spaventosa crisi di fede degli ultimi decenni. Questa riflessione si innesta nelle altre che vado facendo sulla rinuncia di BXVI e, per molti versi, aiuta a gettare luce su di essa.

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    1. Concordo. Inoltre la Chiesa è anche un po’ tecnocratica, nel senso migliore della parola: governo di coloro che sanno fare, che hanno dimostrato sul campo di saper fare.
      Infatti il vero male di oggi, più che tecnocrazia, può essere definito (e già qualcuno lo chiama così) epistocrazia, governo degli (autoproclamati) “intelligenti”. Ovviamente si considera intelligente solo chi ha le idee “giuste”…

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  3. Nell’anno 2018 esce in Italia per Luiss Contro la democrazia di Jason Brennan, professore di filosofia alla Georgetown University. Spiega come la democrazia sia solo uno dei sistemi di governo possibili e che, considerati i suoi risultati non proprio soddisfacenti (sebbene migliori di quelli conseguiti da altri sistemi), sarebbe il caso di provare qualcosa di nuovo: il governo di coloro che sanno, l’epistocrazia, «un regime in cui il potere politico è formalmente distribuito secondo le competenze e le capacità.»

    https://www.italiaoggi.it/news/molti-non-solo-ritengono-che-la-russia-faccia-parte-della-nato-ma-non-sanno-neanche-cosa-sia-la-nato-2271724

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  4. Romano Amerio in “Iota Unum” osserva che uno degli effetti del modernismo nella Chiesa è il tentativo di cambiare la dottrina classica sulle forme di governo. Il pensiero usuale della Chiesa insiste sulla “relatività” delle forme di governo, ovvero nessuna di esse è sempre e assolutamente migliore delle altre, ma quale sia la migliore in concreto dipende da un vario insieme di circostanze storiche: possono esserci contesti in cui la monarchia è meglio della democrazia, e viceversa. Il modernismo postconciliare invece assume a base l’idea moderna che la democrazia sia sempre e in ogni circostanza il sistema preferibile e assolutamente migliore. Da questo concetto è facile passare all’idea che anche la Chiesa dovrebbe essere una democrazia, e dunque la collegialità, il Papa come mero vescovo di Roma, etc etc tutto l’armamentario retorico modernisteggiante.

    La cosa interessante è che in questo momento la pretesa di collegialità della Chiesa è stata rovesciata “orwellianamente” nel suo opposto ovvero la pretesa che il Papa (inteso proprio come persona) sia sovrano assoluto e possa fare tutto e qualsiasi cosa egli desideri, anche in contrasto al diritto canonico o alla tradizione. E dico proprio “orwellianamente” perchè, come nel bispensiero orwelliano, i due concetti opposti sono proclamati e si pretende di farli coesistere assieme: si ossequia questo pontificato come l’apoteosi della collegialità, della sinodalità, del pastore che ascolta le sue pecore etc., e allo stesso tempo quando fa comodo “il Papa è il Papa e bisogna obbedire punto”e misericordiose bastonate a chi non si allinea.

    Nel post ho parlato di “napoleonizzazione” del papato. Dopo l’abolizione della monarchia (potere tradizionale), la repubblica si trasformò celerissimamente nell’impero basato sul potere carismatico ed assoluto del singolo individuo eccezionale. Questa è proprio la logica rivoluzionaria in cui gli opposti coesistono. Vedo un simile processo in opera anche all’interno della Chiesa e ne sono preoccupato – tuttavia, alla fine della storia, non praevalebunt.

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  5. Georgetown l’ho visitata da fuori. L’epistocrazia la boccerei già solo per il tipo di cultura che si respira nelle università americane, tra i migliori, o per il tipo di potere che si alimenta del mostro statale di Washington, di cui Georgetown è un’appendice.

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